CENTRO VISITE DE L’UOMO DI ALTAMURA, C.DA LAMALUNGA ALTAMURA

All’interno del territorio del Parco Nazionale dell’Alta Murgia, a 3 km dall’abitato di Altamura, il Centro Visite di Lamalunga, gestito dal Comune di Altamura, sviluppa il discorso espositivo/didattico intorno al fenomeno del carsismo per approfondire la conoscenza dell’ambiente dell’Alta Murgia e della speleologia, per inquadrare e illustrare le tematiche e le attività che hanno condotto alla scoperta della grotta dove è conservato lo scheletro fossile. Una selezione di minerali e fossili illustra la storia della terra, con particolare riguardo per la geologia del territorio e si possono osservare da vicino le speciali attrezzature con cui gli esperti esplorano le cavità carsiche, traendo informazioni importanti per la conoscenza della natura. Nella Stanza dei pipistrelli si può vivere l’esperienza della ecolocazione, cioè orientarsi e individuare gli ostacoli tramite l’emissione di ultrasuoni.

Il percorso di visita, che comprende l’utilizzo di sussidi audiovisivi, può essere integrato con specifiche attività didattiche, destinate precipuamente a un’utenza scolastica.

Partendo dal centro visite allestito presso la Masseria, sono possibili escursioni per raggiungere l’imbocco della Grotta dell’Uomo, la Grotta della Capra, il Pulo, il parco della Mena.

(da: Polo museale Altamura)

MASSERIA MALERBA, ALTAMURA

La masseria Malerba, ubicata in contrada Sgarrone ad Altamura, con accesso dalla strada comunale Barone, fu edificata nel XVII sec., precisamente nel 1603, come si evince dalla data incisa nell’architrave della porta di ingresso di uno dei due locali del corpo più antico.Il territorio limitrofo alla masseria era già popolato in età neolitica (4500-3500 a.C.), come scoperto a partire dagli anni ’50 dal Ponzetti, con il ritrovamento dei tre villaggi Malerba I, II e III. Nell’area sottostante la masseria si trovano importanti grotte non datate, scavate in strati di sabbie marine agglomerate, che fanno pensare a preesistenze abitative arcaiche.

La masseria Malerba appartiene da dodici generazioni alla famiglia de Mari, con costante trasmissione ereditaria di padre in figlio. Fu acquistata il 5 settembre 1650 da Giovan Geronimo de Mari, rilevandola dai coniugi Viti Plantamura, che avevano come amministratore tal Giovanni Manerba, da cui prese il nome la masseria, poi successivamente cambiato in Malerba nel XX sec. Giovan Geronimo, figlio di Floriano, era nipote dell’omonimo Giovan Geronimo, U.I.D., cappellano di Sua Maestà Filippo II di Spagna, nominato Arciprete Mitrato della Chiesa Palatina di Altamura, di esclusiva nomina regia. Trasferitosi in Altamura nel luglio del 1586, proveniva da un ramo di antica famiglia di banchieri genovesi residenti a Napoli, e da tale data con suo fratello Floriano ed i suoi discendenti si radicarono nella città pugliese.

La masseria attuale, partendo dal nucleo originario di due ambienti, cosiddetti “lamioni”, ovvero i primi due locali visibili nella parte sinistra del prospetto, è stata ampliata in varie fasi nei secoli successivi, per esigenze agricole ed abitative, assumendo tutte le caratteristiche di un piccolo “borgo”. Centrale, in tali ampliamenti, è la sopraelevazione, verosimilmente settecentesca, del primo piano, con edificazione della scala di accesso e dell’abitazione padronale, composta da due ampi saloni centrali, da quattro stanze laterali, cucina e servizi. A tale epoca si presume risalga anche la cappella, costruita nel cortile interno. L’intero complesso, con l’insediamento più antico, gravita su due ampi cortili recintati, su cui prospettano la piccola cappella ad angolo, la grande cantina semi interrata, e altri locali funzionali all’attività agricola costruiti successivamente nel XIX sec. Un terzo cortile, di creazione novecentesca, è ubicato a sinistra del cancello principale, ed è contornato da locali coevi, anch’essi funzionali ad attività agricole e più recentemente turistico-ricettive. Prospetticamente risaltano sulla facciata anteriore i due porticati dei locali più antichi, le lunghe balconate del piano superiore, l’ampio terrazzo laterale, il piccolo terrazzo adiacente, i fori d’ingresso delle colombaie. Sul retro è visibile in particolare uno slanciato fumaiolo a base trapezoidale con copertura a cuspide. Interessante inoltre il sistema di gronde per il convogliamento e il recupero delle acque piovane, composto da coppi sostenuti da mensole in mattoni. All’interno i vani, con strutture murarie in tufo, sono coronati da volte a botte al piano terreno, ed a padiglione ed a crociera al piano superiore. Pregevoli i pavimenti in cotto d’epoca.

Nel tempo la masseria è stata abitata dalle varie generazioni dei de Mari, qui residenti prevalentemente nei periodi da giugno a novembre, in stretto contatto con le attività agricole, cerealicole e vinicole. Simbioticamente con i proprietari, vi abitavano le famiglie contadine che davano vita ai luoghi e alle attività. Dal 1920 è presente la famiglia Forte (da Carlo, con i suoi cinque figli, a Carlino), coadiuvata dalle famiglie Carlucci, Incampo, Cagnazzi, Carissimo, Colonna, Nuzzi.

(Descrizione di Franco De Mari – riproduzione non consentita senza autorizzazione)

DIMORA CAGNAZZI, ALTAMURA

(VI sec a.C. – 1700)

La Dimora Storica Cagnazzi si trova ad Altamura, ed è una proprietà di Domenico Rajola Pescarini discendente di Luca de Samuele Cagnazzi che fu religioso, politico e illustre scienziato altamurano vissuto a cavallo fra XVIII e XIX secolo.

La proprietà comprende:
La Dimora Cagnazzi (oggi adibita anche a B&B / Casa Vacanze)
Cinque complessi ipogeici
Due neviere
– Granai
Un maestoso trullo
– Un’antica fornace
– Spazi coltivati con vigneto, uliveto e orto nonché aie riservate ad asini, conigli, volatili da pollaio e ovini.
– Arnie per l’apicoltura

Il luogo fra VI e IV sec a. C., in epoca magno greca, fu utilizzato per la realizzazione di una vasta necropoli i cui sepolcri furono scavati nella calcarenite; Il toponimo Lama Buccerii rinvia all’esistenza di un sito di macellazione che doveva comprendere aree di pascolamento per gli animali da macellare, grotte, cisterne per il recupero dell’acqua piovana o piccoli specchi d’acqua (localmente detti “laghi”) per l’abbeverata degli animali. Forse nei pressi del macello dovevano esserci anche delle concerie riservate al primo trattamento delle pelli; i suoi cinque complessi grottali ipogei potrebbero essere sorti in funzione dell’attività di macellazione; da queste grotte, e da altre contermini, si è sviluppato il labirintico sistema di cave ipogeiche da cui fu estratta la maggior parte del materiale lapideo utilizzato per la costruzione delle case altamurane; le due neviere sono una testimonianza di un’attività di grande rilevanza: il commercio del ghiaccio e l’antica “catena del freddo”. Alla dimora storica Cagnazzi è annessa una cappella privata realizzata nel 1790. Per imposizione sovrana, sul suo ingresso fu apposta una lapide con iscrizione che ammonisce in merito al divieto di concedere asilo.

Il fabbricato oggi dista circa duecento metri dalla città di Altamura. Secondo i costumi del tempo, fu utilizzato dalla famiglia Cagnazzi come luogo di studio e meditazione. Al suo interno fu custodita, ed è tuttora conservata, parte della biblioteca che contribuì alla formazione culturale dei Cagnazzi. Essa annovera circa duemila volumi fra i quali alcuni esemplari stampati nel Cinquecento. Nelle sale della dimora storica si conservano mobili e suppellettili originali. Nella torre colombaia, attualmente utilizzata come sala della musica, è stato collocato un tavolo a quattro leggii che fu utilizzato prevalentemente da Giuseppe Cagnazzi, fratello di Luca, appassionato musicista che amava circondarsi dei migliori maestri dell’epoca tra cui Vincenzo Bellini. Giuseppe, con il fratello Luca, furono grandi estimatori di Saverio Mercadante e Luca si adoperò per inserirlo nel collegio di musica di Napoli. Nel 1790 Giuseppe Cagnazzi chiese ed ottenne l’autorizzazione sovrana di erigere nel suo “casino di campagna” una chiesetta rurale che tutt’oggi mantiene la sua originale funzione. Nel decreto di autorizzazione viene imposto l’obbligo di apporre sull’ingresso della chiesetta un’iscrizione lapidea con cui si avverte che in quel luogo di culto non si poteva fruire di asilo.

STABILIMENTO DE LAURENTIIS, SANTERAMO IN COLLE

La tenuta fa, maestosa, la guardia alla Murgia santermana dalla fine dal 1882 quando Luigi Patroni Griffi De Laurentis decise di farne una magnifica cantina vinicola, capace di fornire vino in tutta Europa. Un progetto ambizioso ed innovativo per i tempi in cui fu pensato e realizzato che ebbe, purtroppo, fine nel 1914. Rimasta per molti anni abbandonata, la struttura sta tornando a nuova vita grazie al restauro che i nuovi proprietari stanno realizzando con attenzione al suo valore storico e culturale. (SP236, km. 5,300)

“Percorrendo la Sp 236 da Santeramo in direzione Matera, nel tratto in cui una serie di curve porta dalla Murgia all’area delle Matine (375 metri sul livello del mare) si mostra alla vista una poderosa e compatta costruzione, un parallelepipedo con copertura a piramide: si tratta dello stabilimento De Laurentis, dal nome di chi, nel 1882 volle edificare uno stabilimento vinicolo dotato di cantine, cisterne e casa padronale. Nelle immediate vicinanze vi sono ancora i resti di cave di tufo, tombe ipogee di età romana, cavità erosive e grotte. Il prospetto principale è ripartito in sette aperture, scandite da paraste in pietra. Rilevante è la soluzione dell’ingresso principale, un portale a tutto sesto in pietra, incastonato tra due colonne di soluzione neoclassica. La struttura si compone di un piano interrato e due fuori terra. Il piano interrato misura m. 56,20 × 21,60 con un’altezza di m. 6,40, ed è diviso in ventuno ambienti. Nello scantinato vi erano tre cisterne di cristallo, una della capacità di 3.000 ettolitri, e le altre due di 1.500 ettolitri. Si rileva una botte in muratura rivestita in cristalli di Boemia per invecchiare il vino.Il primo piano fuori terra, grande quanto l’interrato, era usato come tinaia e cantina di elaborazione, infatti, vi erano sedici tini di fermentazione di circa 200 ettolitri l’uno, in rovere di Slavonia a doppio fondo, utilizzati per la fermentazione delle uve nere, e sei file di botti da 30 a 175 ettolitri divise in tre corsie. Probabilmente, il secondo piano fuori terra era riservato al proprietario come abitazione personale, considerando che lo stabilimento era attivo tutto l’anno, grazie al commercio ramificato dei suoi vini in Italia e in particolare nei paesi europei del Nord.” (Fonte e foto: Il Santermano.it)

JAZZO CORTE CICERO, ALTAMURA

Corte Cicero, “corte dove nascono i ceci”; cicero parola dialettale che sta ad indicare una specifica pianta luguminosa, il trifoglio, nobile essenza dei pascoli con baccelli ricchi di ceci (ciceri). Lo jazzo è stato il braccio destro, lo spazio produttivo, l’ovile del Casino Viti De Angelis posto più in alto dove a partire dal 1600 venivano allevati cavalli, bovini e pecore. Le strutture masserizie di Corte Cicero sono lievemente adagiate in una delle lame e solchi vallivi che caratterizzano il complesso sistema topografico di Parco La Mena, zona situata in agro di Altamura ricca di pascoli, pascoli arbustivi con esemplari centenari di mandorlo selvatico Prunus webbii, antenato di tutte le varietà oggi coltivate, e di fitti boschi di roverella Quercus pubescent. L’area oltre ad avere un grande valore naturalistico affonda il suo più profondo essere tra la storia sociale ed economica di ieri e quella di oggi. Ieri è stata palcoscenico di tutta quell’economia che arricchiva il Sud, l’allevamento ovino. La Mena, la Mena delle pecore, la Dogana, quando si effettuava la transumanza l’arrivo degli armenti sulla Murgia in autunno veniva registrato alla Mena e i proprietari pagavano una quota per il pascolamento. A Parco La Mena venivano “menate” le pecore… Oggi molti pascoli sono stati sostituiti dai seminativi e l’attività pastorale si è ridotta a poche aziende “sedentarie”, solo i fratelli Schiavarelli effettuano una sorta di transumanza locale utilizzando le aree più alte durante l’estate. Nel comprensorio importanti sono gli allevamenti di pecora Altamurana, razza autoctona in via di estinzione, “missione” portata avanti dall’azienda di Antonello Viti De Angelis e da Jazzo Corte Cicero. La Masseria, lo jazzo e suoi boschi sono stati i luoghi del pensiero, del rifugio e della lotta, qui passò e fece base con i suoi contadini e contadine il Generale dei Briganti, Carmine Crocco di Rionero in Vulture.

Oggi l’azienda silvopastorale Jazzo Corte Cicero, un tempo parte integrante della proprietà Viti De Angelis, gestisce circa 200 ettari tra pascoli, pascoli arbustivi e arborati, e boschi cedui di roverella. L’attività pastorale e di pascolamento non fu più effettuata almeno dalla metà del 1980. Le terre e le strutture nell’ultima fase sono state utilizzate per l’allevamento e il pascolamento delle vacche podoliche che “arrivavano” dalla Basilicata in inverno e rimanevano fino alla metà di giugno. L’azienda, grazie al progetto Allupo, contribuisce alla valorizzazione delle razze domestiche autoctone, alla diffusione della cultura contadina e della conduzione sostenibile, alla conservazione dell’arte e dello stile di vita transumante, alla promozione della ricerca per la conservazione del lupo e della biodiversità dei sistemi agro-pastorali.

GROTTA DI SAN MICHELE ARCANGELO, MINERVINO MURGE

Ai piedi di Minervino, nel letto scavato dall’antico torrente Matitani – cioé nel vallone di San Michele – sono stati rinvenuti diversi reperti archeologici risalenti al VII secolo a.C.  La Grotta è stata creata dall’erosione dell’acqua piovana. La più antica testimonianza scritta del sito è contenuta in una pergamena custodita nel Monastero di Montecassino, nella quale si legge che nell’anno Mille furono restituite all’Abbazia diverse proprietà che la stessa vantava da tempi remoti, in particolare una “spelonca” “ in pertinentiis de civitate Minervine” dov’era alloggiata all’epoca la Chiesa di San Salvatore.

Non si conosce di preciso quando la Grotta fu consacrata al culto di San Michele, Patrono di Minervino insieme alla Madonna del Sabato. Comunque nel Seicento l’esistenza del culto micaelico è dimostrata dalla Perizia di Onofrio Tango effettuata per la vendita del feudo alla famiglia Tuttavilla di Calabritto (1668) e dalle visite pastorali. Nella visita pastorale del 1732 la Grotta viene nominata come “Chiesa del Glorioso Protettore San Michele Arcangelo” e si fa cenno all’Eremita di San Michele che si prende cura del luogo. Ecco perché esiste una piccola abitazione, costruita accanto all’ingresso della Grotta, avente all’origine la funzione di dormitorio. Il sito risulta rimaneggiato in epoche diverse. Risale alla fine dell’800 l’ingresso neoclassico, in cima al quale si legge il motto micaelico “Quis ut Deus” gridato, come noto, dall’Arcangelo a Lucifero nell’atto di scacciarlo dal Regno dei Cieli.

In realtà l’ingresso vero e proprio alla Grotta – dopo aver attraversato un corridoio dalla volta affrescata con l’immagine dell’Arcangelo – è costituito da una voragine che si apre nel terreno a cielo aperto. Da qui si diparte la scalinata che copre ben 20 metri di dislivello. Al termine della scalinata, composta di gradini di colore giallo-rossiccio, si presentano quattro colonnine di stile architettonico diverso a racchiudere un’area quadrata che richiama l’idea di un antico ciborio. Al centro domina l’Altare in breccia corallina sul quale è collocata la statua in pietra chiara di San Michele Arcangelo. Dietro l’Altare, affianco all’accesso a un antro più piccolo, una colonnina cava raccoglie le gocce dell’acqua che scendono dalla roccia. Da questa colonna l’Eremita dispensava l’acqua dell’Arcangelo ai fedeli.

(Fonte: algrama.it – Giuseppe Marrulli)

SANTUARIO SANTA MARIA DI CESANO, TERLIZZI

Sorta nel 1055 la chiesa di S. Maria di Cesano, parte di un antico cenobio monastico, occupava una posizione strategica facilmente raggiungibile per la sosta e il ricovero, dai viandanti che attraversavano, soprattutto per i pellegrinaggi in Terra Santa, la via consolare Traiana costruita nel I secolo d.C. e ampiamente utilizzata sino al Medioevo. Oggi la chiesa, tra le testimonianze superstiti del protoromanico in Puglia, si presenta con le trasformazioni del tempo a cominciare dalla facciata inglobata in una torre a scopo di difesa che motiva anche le alte mura che cingono l’edificio sacro. All’interno, nell’area del catino absidale, si conservano i resti delle deesis bizantina con il Pantocrator tra la Vergine e S. Giovanni. Echi bizantini si colgono ancora nella dolcissima Madonna con il Bambino affrescata all’ingresso del piccolo sacello. (Fonte: Comune di Terlizzi)

Splendido habitat naturale che insiste nell’Alta Murgia della pietra e della ferula, la Tenuta Sabini oltre ad essere un’azienda agricola a conduzione familiare, che deve il suo nome al conte Ceglie Sabini, è un sito di notevole interesse naturalistico. Al suo interno potrete infatti visitare lo jazzo in pietra destinato agli ovini e bovini, le piscine ipogee per la raccolta dell’acqua piovana, le grotte e i loro reperti, una splendida voliera con diverse specie di uccelli -considerati i diretti discendenti dei dinosauri- e infine camminare tra più di 1.200 specie di piante vegetali spontanee.

Il boscosauro: I dinosauri sono tornati sulla Murgia dove milioni di anni fa avevano lasciato le loro impronte. Più di 30.000 per la precisione, sono le impronte di dinosauri scoperte ad Altamura, in località cava Pontrelli e risalenti a circa 70 milioni di anni fa. Ed è da queste impronte che Boscosauro muove i suoi passi. Un parco naturalistico dove poter ammirare questi giganti preistorici, nella splendida cornice del bosco, curato e amato da chi ogni giorno lo custodisce e lo preserva dagli incendi, per restituirlo all’occhio di chi lo visita, in forma smagliante. Anzi, verdeggiante.

Il museo della civiltà rurale: un’area destinata a museo, completamente a cielo aperto, dove sono conservate attrezzature agricole d’epoca quali trattori, trebbiatrici, aratri, torchi, arcolai, calessi da traino e molti altri manufatti legati all’attività contadina di un tempo.

“Torna all’antico splendore il Faro monumentale di Minervino Murge che si trova all’interno della villa comunale. Ultimati finalmente i lavori di ristrutturazione del monumento che hanno restituito il Faro alla città in tutta la sua bellezza.

Il monumento simbolo del «Balcone delle Puglie» è stato restaurato grazie ad un finanziamento di circa 280mila euro, nell’ambito dell’Accordo di programma quadro del CIPE, per lo sviluppo delle Aree Interne. Il progetto come detto dall’assessore ai lavori pubblici, Massimiliano Bevilacqua è stato avviato e portato avanti per rendere più bello il Faro sia attraverso opere di consolidamento, rifacimento e manutenzione, ha anche l’obiettivo di renderlo più fruibile e più accessibile ai turisti. Si tratta di un importante passo avanti nell’ottica della valorizzazione e della fruibilità dei beni culturali, grazie al rilevante finanziamento, che il Comune si è aggiudicato e alla progettazione messa in campo per raggiungere tale risultato.

In conclusione garantire la fruibilità di un attrattore di così grande importanza e metterlo in rete con il patrimonio culturale del territorio, significa avere una visione lungimirante e orientata al concreto rilancio di aree marginali ma con tante potenzialità di crescita dal punto di vista turistico ed economico come appunto la cittadina murgiana.

Il monumento è alto 34 metri e richiama nello stile e nell’architettura i simboli del fascismo. La prima pietra fu posta il 28 ottobre del 1923, fu realizzato in nove anni e fu inaugurato il 29 giugno del 1932. Dalla vetta del monumento si può ammirare lo splendido paesaggio dal Gargano al Vulture, panorama che si gode da Minervino, da cui deriva appunto l’appellativo di «Balcone delle Puglie».

(c) Rosalba Matarrese, La Gazzetta del Mezzogiorno 24 aprile 2024